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Manifesto ai
lavoratori italiani
All'indomani della
fondazione del
Partito Comunista
d'Italia, l'appello
dove si spiega il
perché della
scissione. Gennaio
1921, da Il
Comunista del 30
gennaio 1921.
A Livorno si tiene
il XVII Congresso
del P.S.I. Il 21
gennaio al suo
termine le tre
diverse mozioni
congressuali vanno
ai voti: la mozione
di Firenze (massimalisti)
prende 98.028 voti,
la mozione di Reggio
Emilia (riformisti)
14.695 e quella di
Imola (comunisti)
58.783. Questi
ultimi abbandonano
la sala e si
riconvocano al
Teatro San Marco per
deliberare la
costituzione del
Partito Comunista.
Quello qui di
seguito è il
manifesto con cui il
nuovo partito
ripercorre tutti i
passaggi che hanno
reso inevitabile la
scissione.
Proletari
italiani!
Nessuno di voi
ignora che il
Partito Socialista
Italiano, nel suo
Congresso Nazionale
tenuto a Livorno, si
è diviso in due
partiti.
I rappresentanti di
quasi sessantamila
dei suoi membri sui
centosettantamila
che hanno
partecipato al
Congresso, si sono
allontanati, e in un
primo Congresso
hanno costituito il
nuovo partito: il
nostro Partito
comunista. I rimasti
nel vecchio partito
hanno conservato il
nome di Partito
socialista italiano.
Ciò voi avrete
appreso, proletari
tutti d'Italia,
dalla nuda cronaca
di questi ultimi
giorni; ma tale
nuova, che non
appare ben chiara
nelle ragioni che ne
furono la causa a
molti di voi, mentre
essa tanto da vicino
riguarda i vostri
interessi ed il
vostro avvenire, vi
sarà presentata e
commentata dagli
interessati sotto
una luce artificiosa
e sfavorevole. E'
perciò che il i°
congresso del nuovo
Partito ha sentito,
come suo primo
dovere, la necessità
di rivolgersi a voi;
e con questo
manifesto vuole
rendervi ragione del
sorgere del nuovo
Partito, perché vi
stringiate intorno
ad esso,
accogliendolo come
il solo e vero
strumento delle
vostre
rivendicazioni, come
il vostro Partito.
Richiamiamo, quindi,
tutta la vostra
attenzione su quanto
abbiamo il compito
di esporvi nel modo
più chiaro, onesto e
preciso.
Vi fu detto per
molti anni che
coloro i quali
lavorano e sono
sfruttati dalla
minoranza sociale
dei padroni delle
fabbriche, delle
terre, delle aziende
tutte, devono
tendere, se vogliono
sottrarsi allo
sfruttamento e ad
ogni sorta di
miserie, a
rovesciare le
istituzioni attuali
che difendono i
privilegi degli
sfruttatori. Vi fu
detto, a ragione,
che questo scopo
poteva raggiungersi
solo col formarsi di
un partito dei
lavoratori, di un
partito politico di
classe, il quale
doveva condurre la
lotta rivoluzionaria
di tutti gli
sfruttati contro la
borghesia, contro i
suoi partiti, contro
i suoi istituti
politici ed
economici.
Ma già prima della
guerra in molti
paesi, ed anche in
Italia, i capi dei
partiti proletari
avevano cominciato a
transigere con la
borghesia, ad
accontentarsi di
ottenere da essa e
dal suo Governo
piccoli vantaggi, e
sostenevano che, a
poco a poco e senza
lotta violenta,
sareste, così,
giunti a quel regime
di giustizia,
sociale ch'era nelle
vostre aspirazioni.
Questi uomini erano
anche nel Partito
Socialista Italiano.
Alcuni, come i
Bissolati e i
Podrecca, ne furono
allontanati; altri
però, come i Turati,
i Treves, i
Modigliani, i
D'Aragona, ecc., vi
rimasero, capi
incontrastati
nell'azione
parlamentare e nelle
organizzazioni
economiche, anche
dopo che la
maggioranza del
partito ebbe
dichiarato erronee
le loro teorie
riformiste.
Guidata da costoro,
o da altri meno
sinceri, ma in fondo
simili ad essi per
pensiero e per
temperamento,
l'azione del partito
non corrispondeva
alle aspettazioni
delle masse e alle
esigenze della
situazione. Venne la
guerra del 1914.
Come voi sapete, in
moltissimi paesi i
partiti socialisti,
diretti da quei capi
riformisti e
transigenti di cui
abbiamo detto,
anziché opporsi
energicamente alla
guerra, divennero i
complici del
sacrificio
proletario per gli
interessi borghesi.
Ciò dipese
sopratutto dal fatto
che essi non
capirono che la
guerra era una
conseguenza del
regime capitalistico;
che rappresentava il
crollo di esso nella
barbarie, e creava
una situazione in
cui i socialisti
avevano il dovere di
spingere le masse ad
un'altra e ben
diversa guerra, alle
lotte rivoluzionarie
contro la borghesia
imperialista. Voi,
proletari italiani,
ricordate anche che
il Partito
Socialista in Italia
tenne un contegno
migliore di quello
degli altri partiti
socialisti europei;
attraversammo un
periodo di
neutralità, durante
il quale avemmo
l'agio di meglio
comprendere quale
enormità fosse
l'adesione dei
socialisti alla
guerra.
Ma quando si trattò
di passare da
un'opposizione
verbale all'azione
effettiva contro la
borghesia italiana
impegnata nella
guerra, ad una
propaganda in senso
rivoluzionario,
allora gli uomini
della destra del
partito ed altri
ancora - anche e
sopratutto quando il
territorio italiano
fu invaso -
dimostrarono col
loro contegno
esitante tutta la
loro avversione al
metodo
rivoluzionario.
A chiarire e
precisare
l'atteggiamento dei
socialisti dinanzi
alla guerra e alle
sue conseguenze,
venne la rivoluzione
russa. Essa ci
mostrò i socialisti
russi divisi in
campi opposti:
mentre alcuni
partiti e frazioni
socialiste, che pure
erano stati contro
la guerra,
propugnavano
l'alleanza coi
partiti borghesi, la
continuazione della
guerra, la
limitazione delle
conquiste
rivoluzionarie alla
costituzione di una
repubblica
democratica al posto
del vecchio
dispotico impero
zarista;
all'avanguardia del
proletariato
rivoluzionario si
poneva un forte e
cosciente partito
politico: quello dei
Bolscevichi, che ora
é il grande Partito
comunista di Russia.
I Bolscevichi
avevano già il loro
programma
rivoluzionario. Essi
fin dal 1914 avevano
dichiarato che la
guerra delle nazioni
doveva volgersi in
guerra civile
rivoluzionaria del
proletariato
internazionale
contro la borghesia;
e nel 1917
sostennero che, data
la situazione creata
dalla guerra, non
v'era altra
soluzione che la
dittatura del
proletariato, da
raggiungersi con la
lotta rivoluzionaria,
respingendo ogni
alleanza coi partiti
borghesi russi e
colle borghesie
estere dell'Intesa
imperialistica.
I Bolscevichi e i
lavoratori
rivoluzionari russi
col trionfo di
questo loro
programma attirarono
l'attenzione dei
lavoratori di tutto
il mondo su
importanti questioni
nelle quali i
riformisti di tutti
i paesi avevano
portato grande
confusione. Eccole.
Il proletariato non
arriverà mai al
potere né alleandosi
con partiti borghesi,
né servendosi del
suffragio elettorale
per la conquista dei
mandati elettivi nei
Parlamenti.
Solamente se il
proletariato si
impadronirà con la
violenza del potere,
spezzando le forme
attuali dello Stato:
polizia, burocrazia,
esercito,
parlamento, potrà
costituire una forza
di govemo
organizzata, capace
di operare la
distruzione dei
privilegi borghesi e
la costruzione del
regime sociale
comunista.
In questo nuovo
sistema di potere,
al posto dei
Parlamenti
democratici vi é la
rete dei Consigli
dei lavoratori, alle
elezioni dei quali
partecipano solo
quelli che lavorano
e producono, e che
la Russia ci ha
mostrati per la
prima volta nei
Soviet.
Ma l'insegnamento
più importante
ancora della
rivoluzione russa fu
questo: che nella
lotta decisiva per
la conquista del
potere proletario,
quei socialisti
riformisti,
democratici, che, o
furono per la
guerra, od anche non
seppero passare
dalla opposizione
alla guerra
all'affermazione
rivoluzionaria che
la guerra aprì in
tatto il mondo il
periodo della lotta
per la dittatura
proletaria, tutti
costoro nella lotta
finale si alleano
alla borghesia
contro il
proletariato. Se il
proletariato vince,
come in Russia,
continuano la loro
opera per sminuirne
e distruggerne i
successi d'accordo
con le borghesie
estere. Se, come in
Germania e altrove,
il proletariato é
vinto, i
socialdemocratici
appaiono come gli
agenti e i boia
della borghesia.
Ed allora - altra
conseguenza della
rivoluzione russa -
la nuova
Internazionale, che
deve sostituire la
seconda
Internazionale
vergognosamente
battuta
nell'adesione alla
guerra, deve sorgere
su questa base:
riunire non già
tutti i socialisti
che in qualche modo
furono contrari alla
guerra, bensì quelli
che sono per la
rivoluzione, per la
dittatura
proletaria, per la
repubblica dei
Soviet, come unica
possibile uscita
dalla situazione
lasciata dalla
guerra in tutti i
paesi.
La nuova
Internazionale
infatti, sopratutto
ad opera dei
comunisti russi, si
costituiva a Mosca,
tenendovi nel marzo
1919 il primo suo
Congresso mondiale.
Attraverso vicende
che non è qui il
caso di rammentare,
ben presto si
delineò una minaccia
per la nuova
Internazionale:
l'invasione delle
sue file da parte di
elementi equivoci,
usciti dalla seconda
Internazionale, ma
non completamente
aderenti alle
direttive comuniste.
Per ovviare a tale
pericolo si riuniva
a Mosca, nel luglio
1920, il II
Congresso mondiale,
il quale stabilì che
ogni partito
desideroso di
entrare
nell'Internazionale
comunista dovesse,
per essere accettato,
dimostrare che la
sua composizione e
la sua attività
corrispondevano al
programma e al
metodo comunisti.
A tale scopo il
Congresso stabilì
una serie di
condizioni di
ammissione, nelle
quali sono contenuti
i criteri a cui i
partiti che entrano
nell'Internazionale
devono corrispondere.
Queste condizioni si
applicano a tutti i
partiti senza
eccezione. Poiché,
mentre la seconda
Internazionale
lasciava arbitro
ogni partito
aderente di seguire
la tattica che
meglio credeva - e
fu quest'autonomia
la causa principale
della sua rovina -
la III
Internazionale é
invece fondata sulla
comunanza ai partiti
di tutti i paesi
delle fondamentali
norme di
organizzazione e di
azione; le quali
appunto figurano
nelle 21 condizioni
di ammissione.
Ciò non vuol dire
che la III
Internazionale
ignori che in
ciascun paese
l'azione
rivoluzionaria può
presentare problemi
speciali. Ma mentre
nelle 21 condizioni
è fissato il
contegno dei partiti
di fronte ai
problemi più
importanti che si
presentano in tutti
i paesi, il secondo
Congresso stabiliva
anche le tesi sui
compiti principali
dell'Internazionale,
di cui la terza
tratta delle
modificazioni della
linea di condotta e
parzialmente della
composizione sociale
dei partiti che
aderiscono o
vogliono aderire
all'Internazionale.
In queste tesi si
parla di ciascun
paese partitamente
ed anche dell'Italia,
che presentava
questo speciale
problema: la
esistenza di un
partito, che pur
essendo stato
contrario alla
guerra ed avendo
aderito a grande
maggioranza alla III
Internazionale,
dimostrava tuttavia
coi fatti
un'evidente
incapacità
rivoluzionaria.
Abbiamo detto quale
immenso valore
abbiano avuto per i
proletatri di tutti
i paesi gli
insegnamenti della
rivoluzione russa.
Quale utilizzazione
se ne é fatta finora
nel movimento
proletario italiano?
In Italia si é molto
parlato della
rivoluzione russa,
della dittatura
proletaria, dei
Soviet, della III
Internazionale. Ma
furono, in realtà,
quegli insegnamenti,
verso i quali si
protendeva ansioso
il nostro
proletariato,
efficacemente intesi
ed applicati?
Tutt'altro. Il
Partito Socialista
italiano accettò nel
suo Congresso di
Bologna il programma
comunista, aderì
alla III
Internazionale. Si
era
nell'agitatissima
situazione del
dopo-guerra, che
dura tutt'ora, e si
parlò molto di
rivoluzione nei
comizi, mentre in
realtà il partito
non aveva mutato
dopo la guerra, né
mutò, col Congresso
di Bologna, i
caratteri
tradizionali
dell'opera sua, che
seguitò a basarsi
nel campo politico
sulla pura azione
inspirata da
finalità elettorali.
Né attraverso la
guerra, né per
effetto del
Congresso di Bologna
fu cambiato quello
stato di cose per
cui l'azione
politica ed
economica del
partito era affidata
alla destra
riformista; e le
conseguenze poterono
essere constatate
così nell'andamento
della campagna
elettorale politica
e di
quell'amministrativa,
come nella piega che
presero tutte le
grandi agitazioni
che scoppiavano in
seno al proletariato
italiano. Il
partito, benché
diretto da
massimalisti, non
fece nulla per
togliere il
monopolio della
Confederazione
del Lavoro ai
D'Aragona, Baldesi,
Buozzi, Colombino,
Bianchi, ecc., la
cui opera spesso si
presentò come un
indirizzo politico
apertamente opposto
a quello del
partito, e
praticamente si
svolse attraverso
continui compromessi
con la borghesia,
culminando nella
famosa derisoria
concessione
giolittiana del
controllo operaio.
Il Partito
socialista italiano
in conclusione
rimase
sostanzialmnete
quello che era prima
della guerra, ossia
un partito un po'
migliore di altri
partiti della II
Internazionale, ma
non divenne un
partito comunista
capace di opera
rivoluzionaria
secondo le direttive
dell'Internazionale
comunista.
L'azione e la
tattica dei partiti
comunisti a questa
aderenti devono
essere ben diversi.
I partiti comunisti
hanno come loro
finalità la
preparazione ideale
e materiale del
proletariato alla
lotta rivoluzionaria
per la conquista del
potere. Come mezzi
per la loro
propaganda,
agitazione ed
organizzazione, essi
si servono
dell'intervento
nell'azione
sindacale e
cooperativa, nelle
elezioni e nei
Parlamenti, ma non
considerano affatto
le conquiste che si
realizzano con
queste azioni come
fine a se stesse. Il
Partito socialista
italiano invece,
lasciando dirigere
queste azioni dagli
uomini dell'ala
destra o anche da
uomini della
sinistra che da
quelli si
differenziano
soltanto per
affermazioni verbali
senza essere capaci
di intendere la
nuova tattica
rivoluzionaria, non
fece utile opera di
preparazione
rivoluzionaria, ed
il suo massimalismo
condusse soltanto a
quella serie
d'insuccessi e di
delusioni ben noti a
tutti i lavoratori,
di cui la destra del
partito,
infischiandosi
dell'impegno assunto
di essere
disciplinata a
quell'indirizzo che
la maggioranza aveva
stabilito, si servì
per deridere
audacemente il
metodo massimalista.
Per evitare tutto
ciò non vi sarebbe
stato che un solo
mezzo: eliminare dal
partito i riformisti,
basandosi sulla loro
avversione di
principio al
programma comunista,
per poterli
scacciare dalle loro
posizioni
squalificandoli
innanzi a tutto il
proletariato
italiano come
avversari della
rivoluzione e della
III Internazionale,
come equivalenti dei
Menscevichi russi e
di altri
controrivoluzionari
esteri.
In questo modo la
situazione italiana
e l'andamento della
lotta di classe tra
noi vengono a
confermare quelle
esperienze
internazionali, su
cui si basano i
comunisti per
liberare il
proletariato dai
suoi falsi amici
socialdemocratici.
Tutto ciò in Italia
fu sostenuto dagli
elementi di sinistra
del partito, che
andarono sempre
meglio
organizzandosi sul
terreno del pensiero
e del metodo
comunista, ed
intrapresero la
lotta contro il
pericoloso andazzo
preso dal partito.
Lo stesso giudizio
intorno alla
situazione italiana
fu espresso dal
Congresso di Mosca e
sancito nelle sue
deliberazioni,
richiedendosi in
esse che il partito
italiano si
liberasse dai
riformisti, e
divenisse come nel
programma così nella
tattica, nell'azione
e nel nome un vero
partito comunista.
Intanto i riformisti
italiani, sempre più
imbaldanziti dagli
insuccessi del
massimalismo che
aveva apparentemente
trionfato a Bologna,
si erano organizzati
in frazione «di
concentrazione
socialista» col loro
convegno di Reggio
Emilia dell'ottobre
1920.
Tutti i comunisti
italiani che, al di
sopra di singoli
apprezzamenti
tattici, accettavano
la disciplina
internazionale alle
deliberazioni di
Mosca, si
costituirono in
frazione, e nel
convegno di Imola
del 28-29 novembre
1920 decisero di
proporre al
Congresso del
partito una mozione,
che oltre al
comprendere
l'applicazione di
tutte le altre
decisioni del
Congresso di Mosca,
stabiliva che il
partito si chiamasse
comunista e che
tutta la frazione di
«concentrazione»
dovesse essere
esclusa.
L'organo supremo
dell'Internazionale
comunista ossia il
Comitato esecutivo
di Mosca, approvò ed
appoggiò tale
proposta.
Intanto nelle file
del partito, da
parte di coloro che
tanto facilmente si
erano proclamati
massimalisti e
avevano inneggiato a
Mosca quando si
trattava di andare
ai trionfi
elettorali, si
organizzò una
corrente unitaria,
venendo così a
costituire una
frazione di centro
che si opponeva alla
'divisione tra
comunisti' e
riformisti.
I capi di questa
tendenza si dicevano
comunisti, ma oggi
che essi hanno
dimostrato coi fatti
di tenere più ai
riformisti e ai
controrivoluzionari,
come Turati e
D'Aragona, che ai
comunisti e alla
terza Internazionale,
riesce evidente che
essi costituiscono
la peggior specie di
opportunisti.
Infatti costoro nel
recente Congresso di
Livorno, capitanati
da G. M. Serrati,
hanno respinto le
precise disposizioni
del Congresso
mondiale
dell'Internazionale
comunista,
trascinando la
maggioranza del
Congresso a decidere
che i riformisti
restassero nel
partito, tutti
senz'alcuna
eccezione.
Tale atto
inqualificabile -
voluto da pochi capi
che hanno saputo
speculare
sull'inesperienza
dei gregari - ha
preparato questa
logica conseguenza:
l'espulsione del
Partito socialista
italiano
dall'Internazionale
comunista.
Dinanzi a tale
situazione la
frazione comunista
ha senz'altro
abbandonato il
Congresso ed il
Partito, ed ha
deciso di
costituirsi in
Partito comunista
d'Italia - Sezione
dell'internazionale
comunista.
Così i sedicenti «comunisti»
della
frazione'unitaria
serratiana, per
restare uniti ai
quindicimila
riformisti
dell'estrema destra,
si distaccano
dall'Internazionale
comunista, ossia dal
proletariato
rivoluzionario
mondiale, e da
sessantamila
comunisti iscritti
al partito, con i
quali è solidale
tutto il movimento
giovanile, forte di
più di cinquantamila
iscritti. A voi, o
lavoratori,
giudicare il
contegno di costoro,
a voi il dire quanto
essi siano comunisti,
quanto abbiano a
cuore le sorti della
rivoluzione
proletaria.
Gli «unitari» hanno
tentato e tentano di
far apparire dovuto
ad altre e sciocche
ragioni il loro
distacco
dall'Internazionale
comunista. Essi
affermano che noi
avremmo avuto il
torto di volere
applicare troppo
rigidamente gli
ordini di Mosca che,
secondo loro, non
corrisponderebbero
alle esigenze della
situazione italiana.
A ciò noi
rispondiamo che
l'Internazionale
sarebbe una vana
parola e nulla più,
se non fosse
organizzata sulla
base della
disciplina. Come le
sezioni di un
partito devono
essere disciplinate
alla direzione
centrale, così i
partiti devono
esserlo rispetto
all'Internazionale.
In secondo luogo non
si tratta di ordini
personali di Lenin o
di altri capi del
movimento russo, ma
delle decisioni di
un Congresso, al
quale hanno
partecipato
rappresentanti di
tutto il mondo, tra
cui cinque italiani,
quattro dei quali
hanno accettato le
decisioni relative
all'Italia,
coll'opposizione del
solo Serrati.
Quei compagni, come
tutti i comunisti
italiani, come tutti
quei lavoratori
italiani, che ogni
giorno sentivano
affievolirsi la loro
fiducia nel vecchio
partito, pensavano
che le decisioni di
Mosca rispondessero
ad un maturo esame
ed alle vere
esigenze della
situazione italiana.
Se i comunisti (?)
unitari pensano che
quelle decisioni non
sono convenienti per
l'Italia, è perché
essi hanno un
concetto della
rivoluzione che
contraddice alle
direttive di
principio del
comunismo
internazionale, al
pensiero di tutti i
veri comunisti del
mondo, siano essi
italiani, americani
o cinesi. Esistono
in tutti i paesi
coloro che pensano
come gli unitari
italiani:
asseriscono cioè di
essere per il
comunismo e per la
terza Internazionale,
ma nella pratica
rifiutano di
eseguire le
decisioni
dell'Internazionale,
col pretesto che non
sono applicabili
alle condizioni
particolari del loro
paese. E sono
appunto questi gli
avversari più
insidiosi
dell'Internazionale.
Un'altra bugia degli
unitari è
l'asserzione che le
concessioni a loro
rifiutate
nell'applicazione
delle 21 condizioni
siano, invece, state
accordate
dall'Internazionale
ai compagni di altri
paesi e sopratutto
della Francia. La
verità è del tutto
opposta. Il Partito
socialista francese
nel recente
Congresso di Tours
si è dichiarato
nella sua
maggioranza per
l'adesione a Mosca,
però la mozione
della maggioranza
conteneva alcune
riserve, tra cui
quella di conservare
nel partito la
minoranza centrista.
E' falso che il
Comitato esecutivo
dell'Internazionale
abbia accettato
queste riserve. Al
contrario, esso
inviò al Congresso
di Tours un energico
telegramma,
richiedente
l'espulsione dei
centristi e
l'applicazione
integrale delle
condizioni di
ammissione. La
maggioranza del
Congresso accettò
disciplinata il
contenuto del
messaggio
dell'Esecutivo.
Invece gli unitari
italiani si sono
ribellati alle
disposizioni
dell'Internazionale,
alla quale, a
differenza dei
Francesi, già erano
aderenti. Abbiamo
avuto così il primo
caso di un partito
che abbandona
l'Intemazionale dopo
esservi entrato a
bandiera spiegata:
negli unitari
italiani la terza
Internazionale può
così registrare i
primi suoi rinnegati.
Costoro accampano
ancora il proposito
di ricorrere al
Comitato esecutivo
ed al Congresso
prossimo
dell'Internazionale
comunista, per
ottenere di essere
riconosciuti come
tutt'ora aderenti.
Poiché in ogni paese
non può esservi che
un solo partito
aderente a Mosca,
l'Internazionale
dovrebbe per
riconoscere gli
unitari ripudiare il
nostro partito e
sconfessare
l'atteggiamento da
noi tenuto, cosa
evidentemente
assurda e
stranamente
contraddicente alla
famosa, affermazione
espressa da Mosca.
Il nostro Partito
comunista è e
resterà l'unica
Sezione italiana
dell'Internazionale
comunista. Chi non é
col nostro partito,
sia esso un borghese
od un aderente al
vecchio partito
socialista, é fuori
ed é contro la terza
Internazionale. I
membri del vecchio
partito che, con
mille menzogne, sono
stati indotti a
pronunziarsi per la
tesi unitaria e ai
quali si é promessa
l'unità del putito
nella terza
Internazionale,
possono oggi vedere
chiaramente la
situazione. L'unità
del partito non
esiste più, avendo
esaurito, la sua
ragion d'essere, ed
essi si troveranno
fuori
dall'Internazionale
comunista, dalla
famiglia mondiale
dei lavoratori
rivoluzionari. Essi
possono uscire da
questa falsa
situazione soltanto
abbandonando i capi
che li hanno
ingannati, e venendo
fiduciosi nelle file
del Partito
comunista.
Il Partito comunista
d'Italia vi si
presenta dunque, o
compagni lavoratori,
come un prodotto
della situazione
creatasi in Italia
dopo la guerra
mondiale e che va
svolgendosi, anche
più rapidamente che
in altri paesi,
verso la rivoluzione
proletaria. Questo
partito comprende in
sé le energie
rivoluzionarie del
proletariato
italiano, esso deve
rapidamente
organizzarsi come
l'avanguardia di
azione della classe
lavoratrice. I suoi
principi ed il suo
programma vi dicono
che il Partito
comunista sta sul
terreno del pensiero
marxista, del
comunismo critico,
del Manifesto dei
Comunisti, così come
tutto il movimento
dell'Internazionale
di Mosca. Gli altri
che, chiamandoci
anarchici o
sindacalisti, si
rivendicano
continuatori del
marxismo, sono
invece coloro che lo
hanno falsificato.
Noi invece,
raccogliendo nelle
nostre file la
maggior parte di
coloro che
sostennero il valore
rivoluzionario del
marxismo in Italia,
dissentiamo, così
come le tesi di
Mosca dissentono,
dalle teorie
anarchiche e
sindacaliste pure
considerando i
proletari anarchici
e sindacalisti come
nostri amici
generosamente
rivoluzionari, che
finiranno col
riconoscere la
giustezza delle
direttive teoriche e
pratiche dei
comunisti, mentre
invece i riformisti,
i socialdemocratici,
e tutti quelli che
si sentono di
convivere con
costoro si
allontanano sempre
più dal comunismo e
dalla via della
rivoluzione.
Il Partito comunista
d'Italia si compone
dunque di coloro che
veramente hanno
sentito ed accolto,
nella mente e nel
cuore, i grandi
principii
rivoluzionari
dell'Internazionale
comunista. Nelle sue
file sono giovani e
vecchi militanti
dell'antico partito:
esso continua
storicamente la
sinistra del Partito
socialista, quella
parte cioè di questo
partito che lottò in
prima linea contro
il riformismo
collaborazionista,
contro i blocchi
elettorali,
contro la massoneria,
contro la guerra
libica, che non solo
sostenne la lotta
contro i fautori
della guerra, ma,
che in seno al
partito contrastò
tenacemente il passo
a coloro che alla
guerra erano avversi
a parole ma, non del
tutto scevri da
pregiudizi
patriottici,
tendevano a continue
transazioni colla
borghesia.
E'vero che restano
nel vecchio partito
taluni che in certi
periodi furono
estremisti, magari
più estremisti di
noi, ma costoro o
sono esemplari del
vecchio fenomeno
d'involuzione
politica degli
individui, o
rappresentano i
massimalisti che si
improvvisarono tali
per opportunità
elettorale, o, nella
ipotesi più benevola,
sono individui che
si credettero dei
comunisti quando
ancora non avevano
inteso quali siano
le differenze vere
tra il comunismo e i
pregiudizi borghesi
e piccolo borghesi.
Il Partito comunista
d'Italia inspira il
suo indirizzo
tattico alle
deliberazioni dei
Congressi
internazionali, e
quindi intende
avvalersi
dell'azione
sindacale,
cooperativa,
elettorale,
parlamentare; come
di altrettanti mezzi
per la preparazione
del proletariato
alla lotta finale.
Attraverso l'intimo
contatto con le
masse lavoratrici,
in tutte le
occasioni in cui
queste sieno spinte
ad agitarsi
dall'insofferenza
delle loro
condizioni di vita,
il Partito comunista
svolgerà la migliore
propaganda dei
concetti comunisti,
suscitando nel
proletariato la
coscienza delle
circostanze, delle
fasi, delle
necessità che si
presenteranno in
tutto il complesso
svolgimento della
lotta rivoluzionaria.
Con la rigorosa
disciplina della sua
organizzazione
interna, il Partito
comunista si
organizzerà in modo
da essere capace
d'inquadrare e
dirigere sicuramente
lo sforzo
rivoluzionario del
proletariato.
La propaganda, il
proselitismo,
l'organizzazione e
la preparazione
rivoluzionaria delle
masse saranno basati
sulla costituzione
di gruppi comunisti,
che raccoglieranno
gli aderenti al
partito che lavorano
nella medesima
azienda, che sono
organizzati nel
medesimo sindacato,
che, comunque,
partecipino ad uno
stesso aggruppamento
di lavoratori.
Questi gruppi o
cellule comuniste
agiranno in stretto
contatto con il
partito, che
assicurerà la loro
azione d'insieme, in
tutte le circostanze
della lotta. Con
questi metodi i
comunisti muoveranno
alla conquista di
tutti gli organismi
proletari costituiti
per finalità
economiche e
contingenti, come le
leghe, le
cooperative, le
Camere del lavoro,
per trasformarle in
istrumenti della
azione
rivoluzionaria
diretta dal Partito.
Il Partito comunista
intraprenderà così,
fedele alle tesi
tattiche
dell'Internazionale
sulla questione
sindacale, la
conquista della
Confederazione
generale del lavoro,
chiamando le masse
organizzate ad
un'implacabile lotta
contro il riformismo
ed i riformisti che
vi imperano.
Il Partito comunista
non invita quindi i
suoi adetenti ed i
proletarii che lo
seguono ad
abbandonare le
organizzazioni
confederali, bensì
li impegna a
partecipare
intensamente
all'aspra lotta che
si inizia contro i
dirigenti. Non è
certo questo breve e
facile compito,
sopratutto oggi che
molti sedicenti
avversarii del
riformismo depongono
la maschera e
passano apertamente
dalla parte dei
D'Aragona, con i
quali militano
insieme nel vecchio
partito socialista.
Ma appunto per
questo il Partito
comunista fa
assegnamento
sull'aiuto di tutti
gli organi Proletari
sindacali che
conducono
all'esterno la lotta
contro il riformismo
confederale, e li
invita, con un caldo
appello, a porsi sul
terreno della
tattica
internazionale dei
comunisti,
penetrando nella
Confederazione, per
sloggiarne i
controrivoluzionarii
con una risoluta e
vittoriosa azione
comune. I membri del
Partito comunista,
rivestiti di cariche
elettive nei comuni,
nelle province e nel
Parlamento, restano
al loro posto con
mandato di eseguire
la tattica
rivoluzionaria
decisa dal Congresso
internazionale, e
con subordinazione
assoluta agli organi
direttivi del
partito.
Una parte dei
giornali del vecchio
partito resta al
Partito comunista,
tra questi i
quotidiani
L'Ordine nuovo
di Torino e Il
Lavoratore di
Trieste.
Organo centrale del
Partito sarà Il
Comunista,
bisettimanale,
pubblicato a Milano,
ove ha sede il
Comitato esecutivo
del Partito.
Questo, nelle grandi
linee, é il piano
d'azione che il
Partito comunista si
propone, e per
l'esplicazione del
quale conta
sull'adesione
entusiastica della
parte più cosciente
del proletariato
italiano.
Gli avvenimenti,
attraverso i quali
il Partito comunista
d'Italia si è
costituito,
dimostrano come esso
corrisponda ad una
necessità
irresistibile
dell'azione
proletaria, e
dimostrano come esso
sorga quale unico
organo capace di
condurre alla
vittoria la classe
lavoratrice
italiana.
Il programma di
lotta del Partito
comunista dimostra
che esso soltanto
potrà applicare,
nell'azione
rivoluzionaria, i
risultati delle
esperienze italiane
ed estere della
lotta di classe e le
deliberazioni
dell'lntemazionale
comunista.
Il vecchio Partito
socialista, nel
Congresso di Livorno,
ha perduto nello
stesso momento le
energie e l'audacia
della sua parte più
giovane, ed il
migliore contenuto
dell'esperienza
delle sue lotte
passate, che si
riassume
nell'affermazione di
quel metodo
rivoluzionario, di
cui oggi il
rappresentante é il
Partito comunista.
Il vecchio Partito
socialista, nel
Congresso di Livorno,
ha scelto la via
fatale che ha come
ultimo sbocco la
controrivoluzione.
Esso è squalificato
dinanzi agli occhi
del proletariato
italiano, ed è
destinato, d'ora
innanzi, a vivere
solo delle
pericolose simpatie
borghesi, il cui
coro già si eleva
intorno ad esso. E'
il partito in cui la
destra coi suoi
Modigliani ed i suoi
D'Aragona, é
moralmente padrona,
e gl'intransigenti
rivoluzionari, i
massimalisti, i
comunisti di ieri,
recitano la parte di
servitori del
riformismo.
Lavoratori italiani!
Il vostro posto di
battaglia é col
nuovo partito, é nel
nuovo partito.
Attorno alla sua
bandiera, che é
quella della
Internazionale, dei
lavoratori
rivoluzionarii di
tutto il mondo,
dovete stringervi
per la grande lotta
contro lo
sfruttamento
capitalistico. Il
Partito comunista
d'ltalia, nel
chiamarvi a raccolta
per le battaglie
della rivoluzione
sociale, si sente in
diritto di salutare
a nome vostro i
lavoratori di tutto
il mondo, inviando
all'lntemazionale
comunista di Mosca,
invincibile presidio
della rivoluzione
mondiale, il grido
entusiasta di
solidarietà dei
proletari e dei
comunisti italiani.
Contro tutte le
resistenze del
sistema, sociale
borghese, contro
tutte le insidie dei
falsi amici del
proletariato, contro
tutte le debolezze e
le transazioni,
avanti per la
vittoria
rivoluzionaria, al
fianco dei comunisti
del mondo intero!
Abbasso i rinnegati
ed i traditori della
causa proletaria!
Viva la III
Intemazionale
comunista!
Viva la rivoluzione
comunista mondiale!
Il Comitato Centrale
del Partito
comunista d'Italia
Ill Comunista 30
gennaio 1921
(Bordiga, Gramsci,
Terracini) |