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Criminale crocifisso
Cronaca di una condanna annunciata
a cura dell’imputato Luigi Tosti
(*)
(*) Il giudice Luigi Tosti chiede allo Stato Italiano
che vengano rimossi dalle aule giudiziarie i simboli religiosi per
rispettare il principio supremo di laicità affermato dalla Costituzione
Italiana e dalla Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo.
Per gli amici che seguono la mia vicenda giudiziaria
-e in particolare quelli francesi, spagnoli, portoghesi, belgi, olandesi,
tedeschi, australiani, canadesi, statunitensi, inglesi, vietnamiti,
israeliani, namibiani, congolesi, biafrani e, dulcis in fundo, anche per i
sudditi dell’italica Colonia del Vaticano- comunico il resoconto
dell’udienza che si è tenuta, ieri 21 febbraio 2008, dinanzi al Tribunale
penale dell’Aquila, allestito in scrupolosa osservanza dello stile dei
Tribunali della Santa Inquisizione, cioè con quello stesso criminale
crocifisso che è oggi appeso sopra i giudici della Repubblica Pontificia
Italiana e che, a suo tempo, troneggiò sopra i criminali giudici della
Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana.
Il 21 febbraio 2008, mi sono presentato in udienza con
una telecamera perché intendevo chiedere, nella mia qualità di imputato,
l'autorizzazione a riprendere lo svolgimento dell'udienza penale, per far
vedere poi agli amici che mi seguono “come” viene celebrato il processo a
mio carico. Chiedere la videoregistrazione dell’udienza a mio carico è
peraltro un diritto che mi viene garantito dalla legge.
Ebbene, prima ancora che i giudici entrassero
nell'aula per iniziare l'udienza, un capitato dei Carabinieri della
Procura della Repubblica -che mi permetto di definire, pubblicamente, come
un vero gentiluomo ed una persona squisita, sperando di non arrecargli un
qualche pregiudizio- si è presentato in udienza facendomi presente che
doveva asportare e custodire (cioè sequestrare) la telecamera, per “ordine
superiore”. Gli ho subito fatto presente che la telecamera era la mia e
che mi serviva per fare le riprese: io, infatti, intendevo chiedere al
Tribunale di essere autorizzato ad effettuare le riprese, non appena i
Giudici fossero entrati in aula: se mi fosse stata sequestrata, come avrei
potuto esercitare il mio diritto?
Mentre si stava discutendo su questa questione, sono
entrati in aula i tre giudici e il Presidente, ancor prima che venisse
chiamato il mio processo, ha ribadito al Capitano dei carabinieri l’ordine
di sequestrare la telecamera perché la ripresa del processo “non era stata
autorizzata”.
Sia io che i miei avvocati abbiamo ovviamente
obiettato che il processo non era stato chiamato e che la domanda di
effettuare riprese non era stata ancora formulata: dunque, non esisteva
alcun provvedimento di rigetto della domanda.
Il Presidente replicava affermando, con una notevole
dose di arroganza, che la domanda era rigettata. Gli si è allora ribadito
che il processo non era ancora stato chiamato e che la domanda non era
dunque stata fatta e che io intendevo farla. Senza neppure ritirarsi in
camera di consiglio e senza neppure interpellare gli altri due giudici, il
Presidente dichiarava, allora, che la richiesta di riprese audiovisive era
respinta e che gli altri due giudici la pensavano come lui.
Piccola nota personale. Quando si tratta di processare
i “mostri” Olindo e Rosa Romano, i “giudici” autorizzano centinaia di
televisioni a riprendere il processo, anche contro la volontà degli
imputati; quando la richiesta, però, proviene da un imputato che, come me,
non ha nulla da vergognarsi, i giudici impediscono, senza fornire una
briciola di motivazione, la ripresa dell'udienza: e questo per impedire
che i cittadini si rendano conto che i giudici stanno processando non il
vero “mostro”, cioè il Ministro di Giustizia, ma la vittima del razzismo
della repubblica Pontifica Italiana.
Delirante è la circostanza che i giudici possano
decidere se autorizzare o no le riprese, senza fornire giustificazioni
plausibili del perché essi adottino pesi e misure diverse a seconda dei
casi: questo è puro arbitrio, e l’arbitrio è la negazione assoluta della
garanzia di imparzialità del giudice.
Archiviata questa questione, il Presidente del
Tribunale aquilano ha esordito chiedendo come mai io fossi lì, in aula, e
come mai fossero presenti i miei difensori, visto che nella precedente
udienza mi ero allontanato ed avevo revocato la nomina ai miei difensori,
perché non era stata accolta la mia richiesta di celebrare il processo
senza il criminale crocifisso dei Tribunali dell’Inquisizione, che ancora
oggi troneggia sopra le loro teste, o con l’apposizione dei miei simboli a
fianco del crocifisso. Per quel che ho capito, il Presidente ha
manifestato una sorta di rammarico per il fatto che io fossi lì a
difendermi e che ci fossero anche i miei difensori di fiducia, presagendo
quello che poi sarebbe avvenuto: e cioè che mi sarei difeso, mettendo alla
berlina le Istituzioni razziste italiane e la Chiesa Cattolica.
I miei legali hanno respinto queste astruse
contestazioni del Presidente, rappresentandogli che io avevo per iscritto
revocato la nomina del difensore di ufficio il quale aveva pubblicamente
dichiarato, anche sulla stampa, che, essendo cattolico, intendeva
rifiutarsi per obiezione di coscienza di difendere un giudice che aveva
chiesto di togliere i crocifissi dalle aule di giustizia.
A questo punto ho chiesto la parola per far presente
tre questioni: la prima era che il Tribunale aveva omesso di pronunciarsi
alla precedente udienza sull'eccezione di nullità dell’udienza preliminare;
la seconda era che il Tribunale aveva respinto la mia richiesta di
rimuovere i crocifissi perché “non davano fastidio” ma, guarda
caso, si era dimenticato di pronunciarsi sulla richiesta di esporre a
fianco del crocifisso i miei simboli che, guarda caso, anch’essi “non
davano fastidio”; la terza era un invito ai tre giudici ad astenersi
dal processo se erano stati battezzati ed appartenevano ancora alla
religione cattolica. Il processo a mio carico, infatti, implicava che essi
dovessero preliminarmente decidere se la presenza dei crocifissi nelle
aule di giustizia della Colonia del Vaticano fosse o meno legittima: i
giudici cattolici, dunque, avevano un interesse personale nel mio processo
perché, se mi avessero assolto, avrebbero pregiudicato in modo
irreversibile il “privilegio” che viene tuttora accordato ai giudici
cattolici dalla Repubblica Pontificia, cioè quello di avere sopra le loro
auguste teste di cattolici soltanto il LORO simbolo.
Ebbene, il Presidente, senza ritirarsi in camera di
consiglio e senza minimamente interpellare gli altri due giudici, ha
respinto tutte e tre le questioni, affermando che nessuno intendeva
astenersi e che, poi, il Tribunale non poteva autorizzare l'esposizione
dei miei simboli, perché questo poteva essere fatto solo dal Ministro:
motivazione, quest'ultima, tanto vera quanto irrilevante. In effetti, io
non avevo invitato i giudici ad autorizzarmi ad esporre i simboli, bensì a
chiedere al Ministro siffatta autorizzazione, provvedendo poi a sollevare
un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale solo se la
stessa fosse stata respinta.
Uno dei miei avvocati, a questo punto, rappresentava
al Presidente del Tribunale che il giudice dell'udienza preliminare aveva
affermato che, se un legittimo impedimento dell'imputato a presenziare
all'udienza si realizza dopo che egli è comparso, l'udienza può
legittimamente proseguire perché l'imputato è rappresentato dal suo
difensore. Questa affermazione -proseguiva il mio avvocato- contrastava
col codice di procedura penale che disponeva in senso contrario, tant’è
che, se egli fosse ad esempio caduto in coma, il tribunale avrebbe dovuto
rinviare l'udienza.
Il presidente, allora, interrompeva il mio avvocato
con questa obiezione, allucinante: “ma questa è un’ipotesi, che non si è
realizzata!!” Al che il mio legale replicava: “ma potrebbe realizzarsi e,
allora, il tribunale dovrebbe decidere se rinviare rinviare o meno il
processo”.
Di fronte a questa elementare obiezione, il Presidente
se ne usciva con questa risposta che faceva imbestialire il mio avvocato
fino al punto da indurlo a chiederne la ricusazione: “Avvocato, vuol dire
che quando lei andrà in coma, noi decideremo!!!”
Volavano parole pesanti: il tutto non ripreso dalla
mia telecamera, accortamente fatta sequestrare in via preventiva.
Il Presidente dichiarava di non volersi astenere ed
invitava pertanto il mio avvocato a formalizzare la richiesta di
ricusazione nei suoi confronti. Io invitavo il mio avvocato a non farlo,
perché intendevo portare a termine il processo a mio carico (era già la
quarta volta che ero costretto ad andare all'Aquila).
Passati alla fase dell'ammissione delle prove, il
Pubblico ministero, guarda caso, rinunciava al suo teste di accusa, cioè
il Presidente del Tribunale di Camerino Aldo Alocchi, e questo per
evitargli le domande imbarazzanti alle quali sarebbe stato sottoposto dai
miei difensori. Dal momento, però, che anche io ne avevo chiesto
l'audizione, la sua richiesta di “soprassedere” all'audizione di questo
teste non sortiva gli effetti sperati.
Iniziava, dunque, l'interrogatorio del Presidente
Alocchi.
Al dr. Alocchi i miei avvocati ponevano le domande che
io avevo scrupolosamente scritto, allo scopo precipuo di porre in evidenza
quanto fosse stato contraddittorio e criminale il comportamento posto in
essere nei miei confronti: io, infatti, ho subito una palese e criminale
discriminazione religiosa da parte del Ministro di Giustizia e dei miei
superiori i quali, non solo non hanno rimosso i crocifissi nelle aule dove
ero costretto a lavorare, ma mi hanno vietato di esporre i miei simboli.
Io non sono né un prete né un frate che ha fatto la scelta volontaria di
frequentare chiese e conventi, dove vengono esposti i crocifissi. Io sono
un pubblico funzionario che non può essere costretto dallo Stato italiano
a frequentare aule giudiziarie nelle quali vengono esposti quegli stessi
criminali crocifissi che vennero esposti nelle criminali aule giudiziarie
dei criminali Tribunali della Santa Inquisizione della criminale
associazione denominata Chiesa Cattolica e fondata da Dio in persona.
Ebbene, gran parte delle domande formulate per il
teste Alocchi sono state vietate dal Presidente del tribunale, su
opposizione del P.M., senza nemmeno interpellare gli altri due giudici: e
questo per togliere dall'imbarazzo il teste, che non avrebbe saputo a
quale santo votarsi per fornire giustificazioni logiche o giuridiche del
suo comportamento contraddittorio e discriminatorio.
Eguale sorte è poi capito al mio esame: dopo che io ho
dichiarato, in pubblica udienza, che tra i motivi che mi spingevano a non
tenere le udienze sotto il crocifisso vi era quello che non avrei mai
tenuto le udienze sotto l'incombenza della svastica nazista e che,
quindi e a maggior ragione, non intendevo tenerle sotto l'incombenza
del vessillo della Chiesa Cattolica, cioè di quella che era stata ritenuta
e che io avevo già definito in pubblica udienza, dinanzi al CSM, come la
più grande associazione per delinquere e come la più grande banda di
falsari che sia esistita sul Pianeta Terra, le domande successive venivano
“stoppate” per evitare che io fornissi tutti i puntuali riscontri storici
della criminalità della Chiesa Cattolica, citando le crociate, i tribunali
dell'inquisizione etc.
Il P.M. ha iniziato ad interrompere continuamente il
mio esame -cioè l'esame che mi permetteva di difendermi - e il Presidente
del Tribunale ha accolto tutte le opposizione del P.M., senza interpellare
gli altri due giudici. Si è innescato un violentissimo diverbio tra uno
dei miei difensori e il P.M.: diverbio che, grazie all'oculata e solerte
censura preventiva del Presidente del Tribunale dell'Aquila, gli italiani
non potranno mai ammirare. Ad un certo punto il Presidente ha addirittura
interrotto il mio esame, “spedendomi” al mio posto.
E' iniziata allora la discussione finale.
Il P.M. ha chiesto la mia condanna sulla base di
questo ragionamento.
E’ irrilevante valutare se la motivazione del dr.
Tosti di non tenere le udienze a causa della presenza del crocifisso sia o
meno fondata, perché ciò che conta è che egli, di fatto, non ha tenuto le
udienze e questo comportamento ha arrecato un disagio agli utenti che
chiedevano giustizia. Se la presenza del crocifisso sia lecita o meno e se
essa sia lesiva del principio supremo di laicità affermato dalla
Costituzione e, inoltre, dei diritti inviolabili del Tosti e dei cittadini
italiani alla libertà religiosa e all'eguaglianza, sono dunque questioni
del tutto irrilevanti, ad avviso del P.M. aquilano.
Non una parola, però, il P.M. ha speso in merito alla
circostanza che io ho comunque manifestato la piena disponibilità a tenere
le udienze sotto l'incombenza del crocifisso, purché il Ministro mi
autorizzasse ad esporre i miei simboli a fianco del crocifisso. E non si
tratta di circostanza secondaria, perché essa al contrario evidenzia che
la responsabilità del presunto “disagio degli utenti” -che mi si vuole
appioppare- è semmai da imputare al Ministro di Giustizia, “razzista”, che
mi ha impedito di esporre i miei simboli.
Se al P.M. aquilano stessero realmente a
cuore gli interessi dei poveri cittadini italiani, egli avrebbe dovuto
incriminare il Ministro di Giustizia che, con comportamento arrogante e
razzista, mi ha vietato di godere della stessa dignità e degli stessi
diritti che la Repubblica Pontificia Italiana accorda alla Superiore Razza
Cattolica Italiana. Se fossi stato autorizzato ad esporre i miei simboli,
io avrei seguitato a tenere le udienze: se questo non è stato fatto, ciò è
dovuto al fatto che la Repubblica Pontificia Italiana è razzista.
Ma di questo il P.M. aquilano non ne ha tenuto conto,
perché se ne avesse tenuto conto avrebbe dovuto incriminare il Ministro
Cattolico: e questo, in una Colonia Pontificia, non si può fare.
Che le motivazioni del mio rifiuto siano poi
irrilevanti, è un qualcosa di aberrante, che neppure una persona
completamente digiuna di diritto potrebbe concepire.
Se un chirurgo si rifiuta di eseguire interventi
chirurgici perché la Direzione sanitaria si rifiuta di togliere dalla sala
operatoria un crocifisso radioattivo, che pregiudica la salute e la vita
del chirurgo e dei pazienti, solo un imbecille patentato potrebbe
affermare che le motivazioni addotte dal chirurgo siano assolutamente
irrilevanti, perché quello che conta è soltanto il fatto che i pazienti
hanno dovuto subire dei disagi perché, a causa del suo rifiuto, essi sono
stati operati da altri chirurghi!!!!!!
Si tratta di un vero deliquio giuridico
che, ovviamente, è stato accolto dal Tribunale dell'Aquila, che mi ha
giustamente inflitto un'ulteriore condanna che, sommata alla precedente,
porta ad un anno di reclusione ed un anno di interdizione dai pubblici
uffici.
Il che, francamente, mi riempe di gioia e
di orgoglio, perché ho così maturato i requisiti per candidarmi alle
prossime elezioni politiche.
Sottolineo che questo processo è stato
attivato su mie autodenunce e che, dunque, questa condanna non solo non mi
scalfisce, ma anzi mi onora: altri quattro magistrati si sono uniti alla
lista, già cospicua, dei magistrati che, a vario titolo, hanno condannato
il mio comportamento, sia a livello penale che disciplinare.
Se a ciò si aggiunge che nella Repubblica
Pontificia Italiana esiste un solo giudice -l’anonimo Luigi Tosti- che si
rifiuta di calpestare la Costituzione Italiana e la Convenzione per la
salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali, alla quale il
Vaticano non ha potuto aderito perché contraria al suo regime liberticida,
l’onore si trasforma in orgoglio: l’orgoglio di essere stato l’unico, in
questa Colonia del Vaticano, che non a caso si colloca come fanalino di
coda tra gli Stati membri della Comunità Europea, a lottare per questi
valori.
Cari baciapile e cari sudditi del
Vaticano, carissimi Veltroni, Berlusconi, Prodi, Fini, Bertinotti, Di
Pietro, Santanghè, Storace, Mastella, Dini, Pecoraro, Ferrero e via
dicendo, ci rivedremo a Strasburgo: cominciate, nel frattempo, ad
inventarvi qualche trojata giuridica per convincere i Giudici della Corte
Europea dei Diritti dell’Uomo che imporre ad uno sporco ebreo il
crocifisso, e vietargli di esporre la sua menorà, non è un atto
discriminatorio.
Carissimi Napoletani, smettetevela di
sbraitare per la monnezza che vi seppellisce: i vostri beneamati Politici
e il Vostro augusto Pontefice hanno dovuto lottare per altre incombenze
ben più pressanti e prioritarie, e cioè per preservare la presenza degli
idoli del Dio biblico incarnato nelle aule scolastiche, in quelle dei
tribunali e in quelle degli ospedali. Sono stati spesi milioni per
comprare centinaia di migliaia di idoli da esporre negli uffici pubblici:
gli idoli non sono mica monnezza!
Perché non cominciate ad esporre sulle
strade pubbliche, a fianco della monnezza, i crocifissi? Non lo sapete che
“Dio vede e provvede”?
Amen
Luigi Tosti, apostata ed eretico |